lunedì 12 giugno 2023

Bioraffineria: quel che veramente "non cielo dicono!"

Pensate che Gela, dopo la conversione industriale dalla raffineria di petrolio all'attuale bioraffineria, possa considerarsi "al sicuro" per molti anni a venire? 

Non voglio creare allarmismo ma non è esattamente così. Per prima cosa, toglierei subito quel "molti anni" dalla domanda precedente, perché il mondo continua a cambiare a velocità stratosferiche.

Gli stessi identici motivi della crisi del downstream petrolifero in Europa, si sono già ripresentati - forse addirittura amplificati - per le produzioni di biocarburanti e consistono in un notevole gap competitivo con paesi dove è più economico produrre grazie a: costo del lavoro più basso, minori tutele per i diritti dei lavoratori e normative ambientali meno stringenti. Cosa che questa volta vale anche l'approvvigionamento della materia prima che può derivare sia da scarti (olii vegetali di frittura, scarti di macellazione) che da produzioni agricole ad hoc.

Ebbene, è di questi giorni la notizia che la Cina ha invaso i mercati occidentali (Europa compresa) con i propri biocarburanti a bassissimo costo, tanto da fare sospettare un qualche tipo di frode.

Volendocela raccontare tutta, il modello di business delle bioraffinerie di Eni (Porto Marghera e Gela, cui dovrebbe aggiungersi Livorno) si basa sugli incentivi dell'UE per la produzione di biocarburanti per autotrazione (il primo piano comunitario risale al 2006, ben 17 anni fa), per il trasporto aereo (iniziativa più recente) e, in generale, per quella che ormai è universalmente nota come «Circular Economy». Se quegli incentivi dovessero venir meno, possiamo immaginare uno scenario in cui produrre biodiesel e biojet potrebbe non essere più conveniente per le compagnie europee, esattamente come accaduto per la raffinazione di petrolio nel decennio scorso.


Scenario possibile? Senz'altro. Chi segue le notizie di politica estera, saprà certamente che il governo Meloni si sta battendo in sede UE affinché all'interno del piano comunitario di decarbonizzazione, meglio noto come "Green Deal", con il suo programma operativo "Fit for 55" [qui un'utile cronistoria dell'iter all'interno del Consiglio Europeo], sia confermata la strategia sui biocarburanti per autotrazione (strategia che molti vorrebbero invece mandare in soffitta, per concentrarsi sull'elettrico e non perdere ulteriore terreno rispetto all'industria d'oriente, in particolare quella automobilistica). Sino a oggi però l'unico risultato concreto ottenuto dal governo italiano è stata una deroga per i biocarburanti destinati al trasporto aereo.


La partita economica e geopolitica è aspra e combattuta, tanto che, incrociando alcune notizie della stampa internazionale, parrebbe trasparire come la Cina potrebbe addirittura aver messo a rischio le sue scorte alimentari. I motivi sarebbero molteplici e non del tutto chiari ma la produzione di colza e altre biomasse per i biocarburanti potrebbe essere una valida pista, come già si prefigurava a ridosso degli anni '10.

Giunti a questo punto, è doveroso precisare che la presente è un'elucubrazione dello scrivente, tuttavia basata su notizie di attualità. 

La questione, tornando a Gela, è però tutt'altro che un'elucubrazione e, guardando alla situazione del territorio del Golfo con un minimo di lungimiranza ed un approccio risk-based, si ingenerano immediatamente preoccupazioni più che fondate: 
  • può una città di 75.000 abitanti assumersi un così alto rischio derivante dal non aver attuato quanto previsto dall'Accordo di Programma del 2014, tranne per ciò direttamente in capo a Eni (bioraffineria, Macchitella lab e progetto Argo-Cassiopea, con quest'ultimo avviato solo nel 2022)?
  • può un territorio con molteplici vocazioni e risorse da poter mettere a valore, concentrarsi solamente su un polo industriale (peraltro notevolmente ridimensionato rispetto al passato, da punto di vista produttivo e, sopratutto, occupazionale), trascurando tutto il resto, persino quando importanti centri studi, come quello di Nomisma, consigliano diversamente?
  • É mai possibile che non si sia imparata la lezione, malgrado una crisi industriale complessa - ad oggi non risolta - che ha comportato l'espatrio di moltissima forza lavoro specializzata, il fallimento di molte imprese (dell'indotto e non) nonché l'emigrazione a titolo definitivo di intere famiglie? 
  • La classe dirigente gelese ma anche quella che governa la nostra regione, come credono che la città potrebbe essere in grado di fronteggiare un nuovo shock socio-economico che dovesse improvvisamente derivare da un rapido cambiamento del contesto internazionale?
Dare risposte quanto prima a queste domande è oggi essenziale, dato che la politica locale è stata addirittura in grado di peggiorare le condizioni al contorno, mandando in dissesto (o pre-dissesto o come volete definirlo - la sostanza non cambia) le casse comunali e iniziando a cercare ogni escamotage per mettere mano al tesoretto di 35 milioni di euro delle compensazioni minerarie, con l'idea di impiegarle non per progetti di sviluppo ma, con una dose mai vista di irresponsabilità, per la spesa corrente (quella che, invece, dovrebbe essere finanziata, senza particolari difficoltà, tramite le entrate fiscali ordinarie, ovvero le tasse pagate dai cittadini). Non solo dunque fondi straordinari utilizzati per cose davvero tanto routinarie ma, sembrerebbe, impiegati con la proverbiale attitudine allo spreco, come gli 1,16 milioni che si vorrebbero destinare alle celebrazioni per l'80° anniversario dello sbarco alleato o i 300.000 euro già destinati alla cura del verde pubblico

La palla passa ai cittadini che hanno il dovere ma anche la stringente necessità di ricordare alla politica quali siano le priorità e che cosa significhi avere responsabilità. Gela e il suo circondario hanno, oggi più che mai, l'urgenza di fare fronte comune e di salvarsi da soli, bypassando l'oramai endemica inconcludenza della politica. Molto meglio che continuare a credere alle promesse di chicchessia o di affidarsi a falsi uomini della Provvidenza, interessati solo a fare incetta di voti e curare i propri affari personali.




lunedì 29 maggio 2023

Gela e l'hub energetico che non c'è

Da oramai più di un decennio l'area del Golfo di Gela è interessata da sconvolgimenti che sono una conseguenza diretta dei mutamenti globali e delle scelte di politica industriale del nostro Paese. Da circa lo stesso tempo la politica preconizza fantomatici "HUB" (termine inglese ormai abusato, che semplicemente si può tradurre con "centro", "fulcro") da costituire nel nostro territorio, con lo scopo di rilanciarlo nel settore dell'industria energetica per i decenni a venire. Obiettivo dichiarato: fermare il declino cui stiamo assistendo. Declino che però non si riesce ad arrestare, dato che tutta una serie di progetti, spesso annunciati in pompa magna, poi o non sono mai stati avviati oppure sono andati per le lunghe sino a essere ridimensionati o accantonati, tanto da porre più di un dubbio sull'effettiva volontà di realizzarli e sui reali intenti dietro ogni annuncio.

Proviamo quindi ad orientarci nel "mare magnum" degli annunci roboanti rilasciati negli ultimi anni a favore di stampa (specie durante le campagne elettorali) e capiamo come stiano andando tali progetti.

• Petrolio: il decennio scorso vede un cambio di strategia del gruppo ENI nel downstream ---> Raffineria di Gela chiusa (2014) e riconvertita in green refinery con una sforbiciata netta al numero degli addetti (2017). A lavorare il petrolio di ENI in Italia sono rimaste principalmente Sannazzaro de' Burgondi, Livorno (di recente entrata in crisi), Taranto e Milazzo. A Gela, per effetto del protocollo siglato, il grosso dei fondi in realtà è stato destinato al progetto "Argo-Cassiopea" per l'estrazione di gas naturale dai pozzi a mare (2022), iniziativa che però incrementa significativamente solo in misura temporanea il bacino occupazionale.

• GNL: viene firmata una lettera di intenti tra ENI, MISE ed enti locali (2016) ---> Rimane lettera morta perché nel frattempo si è deciso di costruire un gasdotto per collegare Gela a Malta (2020). Sarà quest'ultima e non Gela a diventare la "pompa di benzina" in mezzo al mare per le grandi navi che solcano il Mediterraneo.
[Prima] https://www.qualenergia.it/.../20160915-gela-base.../
[Dopo] https://gds.it/.../passera-da-gela-il-gasdotto-italia.../

• Fonti alternative: nel 2019 venne annunciata la sperimentazione della fusione nucleare all'interno di un centro di ricerca ENI-CNR da localizzare a Gela  ---> Nessun follow up. Calato da molto tempo il silenzio (l'Enea nel frattempo ha aperto un reattore sperimentale a Frascati, ENI ha dei protocolli per la ricerca con il MIT di Boston e con Ansaldo Energia. L'Italia è all'avanguardia nelle tecnologie di confinamento magnetico ma i giochi si svolgono in altri territori).
Relativamente al solare, conosciamo tutti il mesto epilogo del progetto "Cilegino", già ai tempi di Rosario Crocetta governatore della Sicilia. Mentre siamo in attesa di capire meglio cosa succederà con il disegno di "Circular Economy" e cioè, a regime, quali saranno gli impianti di trattamento dei rifiuti (oltre a quelli già in funzione nella green refinery) che saranno attivati nel territorio. Usare il futuro è d'obbligo perché, ad oggi, sono tutti progetti sulla carta. Nel frattempo, invece, a Caltanissetta Snam ha realizzato un impianto di trattamento FORSU per la produzione di biometano, entrato in esercizio nel 2022.

• Idrogeno: annunciato l'hub dell'idrogeno verde (2021). Grande e trionfale enfasi è stata data alla notizia da parte dell'attuale amministrazione ---> Non vengono però destinati a Gela i fondi pubblici stanziati dal governo regionale (2023), il sindaco lancia un appello riportato dalla stampa proprio la scorsa settimana. Pressoché in contemporanea, la Tunisia ha annunciato che esporterà verso l'Europa 6 milioni di tonnellate all'anno di idrogeno verde entro il 2050, probabilmente come conseguenza del "Piano Mattei" portato avanti dal governo Meloni.
[Prima] https://hydronews.it/idrogeno-verde-nelle-raffinerie-i.../
[Dopo] https://www.quotidianodigela.it/area-locale-fuori-dal.../
[Piano Mattei] https://www.startmag.it/ene.../piano-mattei-algeria-tunisia/

Se così fosse, l'economia dell'area di Gela (in realtà quella di una vasta area del sud Sicilia) ancora una volta verrebbe sacrificata a fronte di dinamiche internazionali, senza alcuna contropartita per il territorio. In linea con quanto è già avvenuto nel settore energetico con il gasdotto verso Malta, ma anche in agricoltura, con le liberalizzazioni dei prodotti agricoli provenienti dal Nord Africa e commercializzati nell'UE (Nord Africa da dove arrivano molte produzioni in concorrenza con quelle nostrane, come olio d'oliva, meloni e soprattutto pomodoro: ad esempio il Marocco ha impiantato nel Sahara Occidentale, su un perimetro di circa 70 chilometri intorno alla città di Dakhla, una mega-produzione di pomodoro, circa l'80%, e meloni, circa il 20%).

Una politica locale né accorta, né visionaria, né incisiva, rischia di penalizzare ancora di più territori come il nostro, schiacciati da un lato dalla necessità di un'economia nazionale come quella italiana (il cui baricentro - ricordiamocelo - è a Nord) di salvare il salvabile per non arretrare troppo in fretta nello scacchiere mondiale (in questa epoca di grandi sconvolgimenti geopolitici e tecnologici) e, dall'altro lato, dalle nuove economie emergenti, forti di un costo del lavoro bassissimo, di un'elevata natalità (a differenza nostra), di legislazioni meno restrittive (riguardo lo sfruttamento della forza lavoro ed il rispetto dell'ambiente), ma anche del poter contare su territori molto vasti, vergini e ricchi di materie prime.

Ed ecco che, per il momento, abbiamo terminato questa carrellata sui progetti che potrebbero (o avrebbero potuto) qualificare Gela come hub energetico. Allo stato attuale, sarebbe infatti una qualifica decisamente sovradimensionata. La conseguenza più importante per il nostro territorio è purtroppo quella di non aver recuperato un numero di occupati nell'industria energetica paragonabile a quello dei decenni passati, prima dei crolli subiti per effetto della chiusura della vecchia raffineria di petrolio e, ancora prima, della chiusura degli impianti della chimica (malgrado gli indubbi benefici quanto a impatto ambientale).

Perché tanta preoccupazione? Ogni ritardo nella creazione di nuovi posti di lavoro stabili aggrava la crisi socio-economica che ha nello spopolamento della città e nell'emigrazione, non soltanto giovanile ma di interi nuclei famigliari, i suoi effetti più visibili. Effetti che portano con sé molti altre gravi conseguenze, meno visibili ma ugualmente importanti, sul tessuto della nostra fragile comunità.




domenica 26 marzo 2017

Un Golfo di Ruggine

Oggi mi sono imbattuto in un articolo della rivista Internazionale che racconta come la zona del nord est degli Stati Uniti, un tempo "cuore pulsante" dell'industria pesante a stelle e strisce, si sia trasformata in un territorio desolato.
Molti stabilimenti sono falliti in seguito alla decisione di spostare la manodopera nei paesi in via di sviluppo o negli stati del sudest, dove produrre costava di meno. Una decisione che ha avuto delle conseguenze pesanti sui lavoratori locali. (...)
Con il passare del tempo la regione si è trasformata nell’attuale rust belt
(cintura di ruggine - ndr): spopolata, abbandonata, segnata dal malcontento. Gli stessi abitanti definiscono città come Braddock e Johnstown “fucking dead cities” ("fottute città morte" - ndr).
A me questo inesorabile declino ha ricordato qualcosa. E a voi?

Ciò che avviene oltreoceano, solitamente diventa realtà in Europa nel giro di pochi anni. E' successo con la crisi dei mutui sub-prime, iniziata negli USA nel 2008 e avvertita dalle nostre parti all'alba del 2010, è successo con la rivoluzione dell'economia digitale, l'esplosione del debito pubblico e il declino della classe media. Sappiamo che succede da sempre ad es. con i fenomeni culturali e di costume. E succede anche e soprattutto con quei settori industriali denominati «a impiego intensivo di capitali e di risorse», dato che le grandi multinazionali, per rimanere concorrenziali e soprattutto per distribuire lauti dividendi agli azionisti, fanno in fretta a spostare gli impianti dove la loro realizzazione e la forza lavoro costa meno (e magari dove i regolamenti ambientali sono più permissivi).

La morte dell'industria pesante è infatti tangibile anche a Gela, il Petrolchimico è già oggi una "cintura di ruggine", con gli impianti fermi, molte aree dismesse ed una perenne attesa che le promesse di rilancio del polo industriale vengano mantenute. E se non ne siete convinti, prendete la vostra automobile, imboccate la SS115 verso Vittoria ed una volta sul cavalcavia dopo il rifornimento Esso, soffermatevi a osservare l'area industriale.
Oppure, più comodamente, utilizzate Google Maps per scrutare le immagini satellitari che non mi pare mostrino degli impianti nuovi ed efficienti, bensì scheletri anneriti e, per l'appunto, pieni di ruggine.

E dunque? Ci deprimiamo? Gettiamo la spugna? No. Perché il pessimismo non serve a niente. La città si potrà anche spopolare parzialmente nei prossimi anni ma non è che tutti noi siamo nelle condizioni di fare armi e bagagli, trovarci un lavoro chissà dove, svendere la nostra casa e partire. E se trasferirci in massa verso un paradiso (che non esiste e che comunque non sentiremmo mai come "nostro") non è un'opzione percorribile, serve invece guardare le cose per come stanno e capire cosa può cambiare un destino a cui una classe politica poco coraggiosa e ancor meno lungimirante ci ha destinati, non soltanto per propri limiti ma anche perché senza una comunità coesa e battagliera, costoro possono ben poco per influenzare il Governo ed i ministeri o per opporsi a una multinazionale così potente.
Aprire gli occhi vuol dire chiedere a gran voce di salvare quel che resta del petrolchimico ma soprattutto che vengano fatte le bonifiche (per davvero!) e che venga messa in atto una riconversione economica, che è ben diversa dal progetto di Eni (quello lo portino avanti, con tempi ben definiti e con chiarezza di intenti), o meglio di cui il progetto del cane a sei zampe è solo un tassello e neanche il più importante! La riconversione che serve alla città è invece qualcosa che si fa potenziando i settori economici esistenti, rifondando quelli penalizzati in questi decenni di miope sviluppo petrol-centrico ma anche introducendo nuovi business legati all'innovazione e puntando sulle infrastrutture necessarie che ci servono oggi, non tra altri 30 anni!
Se non sarà questa la strada che saremo bravi a seguire, diventeremo anche noi un "Golfo di Ruggine". E la desolazione pervaderà i negozi, i ristoranti, le scuole, gli studi professionali con le piazze, sempre più tristi e vuote.
Pensando ai giorni che stiamo vivendo, chiediamoci perché i consiglieri non pretendono di sapere quante e quali manifestazioni di interesse sono arrivate per le aree dismesse, da chi, con quali attività e con che entità di investimenti. O non si dice perché i pochi o forse gli unici si sono dileguati e poi, a parte inceneritori e altre attività da immondezzaio, non si è fatto più vivo nessuno?
La crisi che ha attanagliato l'occidente si sente ogni giorno di meno, molti territori nel resto d'Europa come in Italia (ed anche in Sicilia) hanno investito pensando al futuro e alcune avvisaglie di ripresa si avvertono, tipo che le esportazioni italiane sono ai massimi storici o che l'occupazione cresce al nord. Il momento di agire è adesso. O mai più.

domenica 6 novembre 2016

La vocazione del territorio contro la globalizzazione

Tutto chiaro: dovremmo puntare sull'agroalimentare, sul turismo, sui settori "nostri"... E però le regole che abbiamo sottoscritto in sede europea lo rendono impossibile: 8,50€ per 1Lt di olio d'oliva non li vuole pagare nessuno. Tantomeno io che a fine mese devo fare quadrare il bilancio famigliare. Quest'anno, infatti, anche da noi che di oliveti siamo circondati, l'olio che definiamo "di casa", quello che andiamo ad acquistare direttamente al frantoio o dall'amico che "ha il terreno", difficilmente si trova al di sotto degli 8-10€. Stiamo in pratica perdendo anche quei pochi vantaggi di vivere nel profondo sud, quelli che ci hanno aiutato a sopportare i tanti minus, come le inesistenti infrastrutture, i servizi pessimi, lo sviluppo urbano incontrollato e disordinato, l'emigrazione inarrestabile, soprattutto giovanile. Ora io osservo: l'industria pesante no. La manifattura no. I "campioni nazionali" (le ex grandi industrie di stato) no. Regalati ai fondi esteri, a fronte di laute paghette all'establishment nostrano. Dove c'è l'agroalimentare e il turismo, mettiamo industrie che inquinano senza freni, dove c'è l'industria smantelliamo. Ci perdiamo in giganteschi luoghi comuni, dimenticando che abbiamo territori con tante vocazioni e che le dovremmo difendere e rilanciare. E anche sforzarci di farle coesistere, quando possibile. Praticamente ci diciamo da soli: pizza, spaghetti e mandolino. Un'etichetta spregiativa da cui ci siamo difesi per decenni, con orgoglio. Oggi non importa più a nessuno. Come se Galilei, Fermi, Mattei, Marconi, Majorana, Olivetti, Meucci, Volta, Da Vinci, Forlanini, Natta (l'elenco è lunghissimo) fossero stati sconosciuti agricoltori del Sud (altro luogo comune, sic!) e non avessero contribuito con le loro capacità a creare un tessuto industriale ed un patrimonio scientifico che ha pochi eguali nel mondo. Aveva, anzi. Perchè la Storia corre veloce e puoi fermarti a riflettere su chi sei e cosa vuoi fare ma non per molto. Come nazione abbiamo rinunziato a competere. E' lampante. E come territorio gelese? Dovremmo almeno chiederci se vogliamo seguire questa linea - posto che siamo messi già peggio della media nazionale - oppure smetterla di sentirci "protetti" e guidati dall'alto, capire che non è più così (forse non lo è mai stato), e semplicemente prendere in mano il nostro destino. La storia odierna insegna che nessuna regola rimane tale al cospetto del tempo e dei cambiamenti globali, e che ciò che di più forte ha un popolo è la sua coesione, i suoi valori, i suoi obiettivi, la sua determinazione. Parliamo di questo e puntiamo in alto come comunità. Forza!

giovedì 31 dicembre 2015

Politica e fantapolitica alla gelese

Prima la notizia del defenestramento degli assessori grillini, indicati e votati dal meet up di Gela, sostituiti con i "tecnici" voluti dal sindaco Messinese in combutta con il suo alter-ego. Poi, nella serata di ieri, l'espulsione dello stesso Domenico Messinese dal M5S, con la notizia ripresa da tutti i media nazionali a emblema del fallimento delle amministrazioni pentastellate sul territorio della penisola. Gli elettori gelesi sicuramente si staranno chiedendo cosa sta accadendo, cercando di capire il perché di uno sfaldamento così rapido e irreversibile del gruppo politico che aveva promesso di portare il cambiamento di cui Gela ha disperatamente bisogno. Proverò quindi a dare delle risposte politiche, formulando al contempo anche ipotesi fantapolitiche.
Tutti sanno che la giunta Messinese, a urne chiuse, si è ritrovata senza la maggioranza in consiglio comunale necessaria a governare per tutti i cinque anni del mandato. Ciò ha posto le forze d'opposizione in un assetto di costante attesa per porre la sfiducia e tornare alle urne, non appena la legge lo permetterà (cioè tra circa un anno e mezzo). Gli osservatori più attenti sanno anche che l’assessore Siciliano non è iscritto al M5S, che proviene da altri orientamenti politici (il padre è stato un importante sindacalista della CISL) e che la conduzione delle sue molte deleghe non è mai stata in accordo al programma del M5S.
Partendo da questi assunti, esaminiamo lo scenario: sicuramente il sindaco si è subito posto il problema di prevenire un'eventuale sfiducia per non subire l’onta di essere mandato a casa anzitempo e non poter più esercitare il potere inaspettatamente piovutogli dal cielo, grazie all'utilizzo del simbolo del M5S e conseguentemente ai voti dei cittadini gelesi che avevano riposto nel Movimento concrete speranze di un nuovo corso. Si sarà quindi detto che bisognava porre rimedio in congruo anticipo, assecondando le pressioni che le opposizioni ormai da mesi esercitano in consiglio, sui social network e, naturalmente, a mezzo stampa, mimando il salto della staccionata del famoso spot della olio Cuore dei gloriosi anni '80. Urgente quindi il cambio di casacca, ma non con una scelta chiara e visibile a tutti, bensì cercando di farsi togliere il simbolo dal Movimento 5 Stelle stesso. Avrà quindi pensato: "Bene, defenestro i tre assessori di pura fede grillina e scateno il putiferio!"; naturalmente avendo già da prima preso contatto con gli esponenti di altri partiti (tra i quali si fa il nome di Carmelo Casano che - si vocifera - prima ha rifiutato un assessorato e poi è stato il primo a invocare le dimissioni del sindaco). Questo, in teoria, da un senso ai moltissimi viaggi a Roma degli ultimi mesi del sindaco con il suo stato maggiore, viaggi che plausibilmente lo portano ad incontrare l’on. Faraone, plenipotenziario di Renzi per la Sicilia ed aspirante presidente della regione, che il 9 novembre scorso ricambia la visita venendo a Gela. Nei salotti romani probabilmente vede la luce una strategia che asseconda la volontà del premier Renzi di scongiurare una sconfitta alle imminenti elezioni per il comune di Roma: annoverare la città di Gela, patria dell'inviso presidente Crocetta, tra i maggiori fallimenti dei grillini, per insinuare a titolo definitivo nell'opinine pubblica, la convinzione dell'inadeguatezza dei Cinque Stelle a governare città, regioni e tantomeno la nazione.
A Gela invece è tempo di delicati passaggi amministrativi: scade la convenzione per il teatro comunale Eschilo, scade il commissariamento dell’ATO idrico, scade il mandato dell’amministratore delegato della municipalizzata Ghelas ed è sempre calda la questione dei disservizi idrici della società Caltacqua. In questo frangente, sono in molti a paventare per le nuove nomine, figure di area Cinque Stelle determinando prospettive nefaste per i soloni storicamente a presidio dei sottogoverni. A questo punto, quale migliore soluzione di un sindaco che, abbandonato dai suoi, va a rifugiarsi sotto la grande ala del PD? Naturalmente con il duplice risultato di distogliere dall'attenzione dei gelesi i tanti danni arrecati alla città (gli stessi che avevano portato al voto punitivo del ballottaggio con l'ex sindaco PD Fasulo, perdente a furor di popolo) e probabilmente di nascondere sotto la cortina fumogena i veri fatti scottanti, cioè la mancata presentazione del DDL regionale per la nuova perimetrazione territoriale delle città metropolitane e dei liberi consorzi di comuni (senza la quale Gela non può dire davvero addio a Caltanissetta), nonchè i soldi che l’ENI ancora non ha iniziato a spendere per le bonifiche e la riconversione industriale, con anzi nuove ondate di licenziamenti e trasferimenti del personale, con i nuovi scioperi indetti dalle sigle sindacali, per la prima volta nella storia industriale di Gela davvero in rotta con i vertici della Raffineria.
Questo balletto, è probabilmente stato favorito anche dall'eccesso di "nissenismo" del segretario regionale del M5S, Giancarlo Cancelleri che, mentre all'ARS non è mai stato così spietato e risoluto da cercare un'alleanza con le destre siciliane per mandare a casa il governo Crocetta, in provincia invece ha frettolosamente decretato l'espulsione di Messinese, reo di aver caldeggiato l'adesione al libero consorzio catanese della "mucca da mungere" gelese. Insomma, un leader incurante delle conseguenze per il suo stesso Movimento e per la città di Gela, ormai soltanto da snobbare (qualcuno ha notizie del prode Giancarlo sul suolo gelese per tentare di risolvere i dissidi interni al meet up?) o da punire a seconda dei bisogni del momento.
Solo non capisco ancora chi sia il primo regista delle vicende odierne, e se siano ex tunc o ex nunc, cioè se tutto questo sia stato pensato prima della candidatura e dell'elezione di Messinese a sindaco di Gela o invece si tratta di un fatto contingente dovuto alle circostanze, messo in atto solo per poter mantenere il potere. Chi vivrà vedrà.

sindaco di Gela

mercoledì 11 luglio 2012

Caltacqua torna all'attacco

Sembrava che la diatriba sul pagamento del 50% non dovuto sulle bollette idriche si fosse esaurita e chiusa del tutto, invece Caltaqua SpA, nel totale silenzio degli amministratori comunali, SINDACO in testa, è ritornata a minacciare di interrompere l'erogazione idrica ai morosi del 50%.
Così non può più andare. Intanto CALTAQUA deve sapere che non può interrompere l'erogazione idrica per il recupero del 50% arretrato, pagamento che è stato tacitamente accettato dalla stessa Società con l'accordo fatto con il sindaco Crocetta, reso pubblico con un comunicato stampa. Semmai può agire in giudizio per il recupero del credito. In caso di interruzione della fornitura idrica si configura infatti il reato penale di interruzione di pubblico servizio, qualunque siano stati gli accordi contrattuali con l'ATO idrico, perseguibile con querela di parte. Qualcuno mi ha chiesto perché il Sindaco, il Consiglio Comunale, i nostri parlamentari, specialmente quello che vuole candidarsi alla PRESIDENZA DELLA REGIONE SICILIA, non intervengono una volta per tutte e promuovono un'azione contro Caltacqua. Penso che pesano i minacciati licenziamenti di personale che fanno capo a.................... Chi?

venerdì 25 maggio 2012

Come cambia la Costituzione in Italia



Pensavo che la nostra carta costituzionale fosse rigida e quindi non suscettibile di cambiamenti dettati dalla consuetudine o da altro. Pensavo che per modificarla occorresse seguire la prassi dettata dall'art. 138, invece  mi accorgo che la Costituzione è stata di fatto cambiata, prima da Berlusconi, con la legge elettorale (il cosiddetto porcellum, che di fatto ha introdotto la figura del Premier in sostituzione di quella del Presidente del Consiglio dei ministri), e poi dal Presidente della Repubblica che, giorno dopo giorno, si arroga il diritto, in ogni suo intervento, di far cadere i governi e di incanalare l'azione politica ed economica dei partiti secondo il suo pensiero di comunista di destra. Napolitano di recente é entrato persino nell'agone elettorale, cercando di indirizzare il voti verso i partiti e condannando implicitamente il movimento di Grillo tacciandolo, sempre implicitamente, di antipolitica.
Se ben ricordo, la Costituzione italiana indica il Presidente della Repubblica come Capo dello Stato che rappresenta l'unità nazionale. Può inviare messaggi alle camere ma non ha il potere di indirizzo politico, cosa che, alla luce dei fatti, appare ormai superata dalla modificazione di fatto effettuata dall'on. Napolitano che ogni qual volta intervenga a qualsiasi manifestazione lieta, importante o luttuosa, non manca mai di esternare.
Credo di ricordare che qualcuno voleva mettere sotto processo per attentato alla Costituzione il PICCONATORE, il defunto ex Presidente Cossiga, per le sue esternazioni contro la cosiddetta CASTA. Oggi invece nessuna voce si leva, almeno dai politici, tranne Di Pietro e Grillo, per i comportamenti di indirizzo politico ed elettorale del nostro Presidente.
Pensate, ho sempre visto Berlusconi come fumo negli occhi per la sua politica personalistica improntata alla difesa dei suoi interessi, per i comportamenti morali, per il macchiettismo poco consono ad un Premier però sarebbe dovuto essere un parlamento responsabile a disarcionarlo e farlo dimettere, non certo il pressing del nostro caro... Comunista? Di destra.

giovedì 24 maggio 2012

Giustizieri, commedianti o cavalieri dell'apocalisse?


L'articolo del 26/12/2011 - QdG
Questo post parte da lontano, ovvero da una bozza del dicembre 2011 (rimasta inedita) con cui mi cimentavo nel commentare questo articolo del QdG [per leggere, cliccare su QdG o sulla foto] in cui si faceva un consuntivo del gas che transita dai gasdotti siciliani e del petrolio che raffiniamo in Sicilia.
Quello che salta agli occhi è che la percentuale di gas trasportata dal greenstream, il gasdotto lungo ben 520 km che passa da Gela, sommato al gas che passa da Mazzara del Vallo ma anche ai prodotti lavorati complessivamente sull'isola, è pari a circa metà delle importazioni nazionali. Da qui prendevano le mosse alcune mie considerazioni sulla presenza del Petrolchimico dell'Eni a Gela, sul tema ambientale ma soprattutto su certe manovre della politica locale con il continuo susseguirsi di annunci di crisi, investimenti, sentenze, multe e altri proclami a mezzo stampa che, in larga parte, mi hanno fatto storcere il naso durante tutto quest'anno e forse più... Non per la Raffineria in sé (lascio fuori per un attimo il mio punto di vista su questa ingombrante presenza) o per quello che paga - o dovrebbe pagare - in risarcimenti, royalties e TARSU, quanto per la campagna mediatica... La domanda era ed è: come mai i "giustizieri" hanno cominciato a farsi vivi solo adesso? Dove si vuole andare a parare?

Oggi il prezzo del petrolio è di circa 100$/barile. Se il BRIC si sveglia, come sta succedendo, ci sarà più domanda di olio per autotrazione e petrolchimica ma, a 100 dollari, l'80% delle raffinerie di tutto il mondo sono già in perdita ed attualmente sono al 60% della capacità produttiva. Vengono tenute in vita, dicono, per ragioni politiche perche ci sarebbero tanti licenziamenti.
La mia interpretazione è che la politica di per sè c'entra ben poco, essendo sempre espressione dei poteri forti, ovvero delle elites economiche. Infatti, se le raffinerie sono in perdita, l'estrazione è in super-utile, essendoci una specie di monopolio dei paesi OPEC (con un bel cartello dei prezzi e tanta speculazione). Quindi quello che si guadagna nell'upstream si perde nel downstream e anche la politica è contenta... Se però la domanda sale, il prezzo sale e le raffinerie chiudono in quanto si produce di più in impianti inefficienti, aumentando le perdite. Per ogni raffineria chiusa in USA o in EU se ne deve aprire una (piu efficiente) in Cina, India, ecc., perchè altrimenti chi soddisfa la domanda?
La conclusione è: solo le raffinerie più grosse ed efficienti sopravviveranno in Occidente, non per volontà politica ma per le leggi di mercato. E infatti, a differenza di Gela, negli anni passati a Sannazzaro de Burgondi (PV), l'Eni nell'upgrade degli impianti ha investito eccome. Quindi noi gelesi, prima di tirare (o farci illudere di star tirando) la corda, domandiamoci esattamente cosa vogliamo per gli anni a venire, come tra l'altro auspicato in questi giorni dall'on. Speziale, seppur con colpevole ritardo. Non fosse altro che per non farci prendere in giro per l'ennesima volta.

A corollario di quanto scritto e per un lieve senso di colpa, visto che in massima parte le mie sono considerazioni piuttosto datate, consiglio la lettura di questo articolo pubblicato ieri da AGI.it, riguardante i movimenti in atto in Europa nel mercato del refining. 
A chi si intrattenesse a leggerlo, vorrei segnalare che due compagnie petrolifere russe avevano già espresso interesse per il polo industriale nostrano, che tra queste vi è la LUKOIL che già controlla saldamente le raffinerie di Priolo e Melilli (l'Erg dei Garrone ha appena ceduto un ulteriore 20% del proprio capitale a LUKOIL, dopo il 49% ceduto nel 2008), che la stessa azienda è presente in città da circa un anno con una propria stazione di servizio sita in via Generale Cascino e che, sempre nel corso dell'anno passato, è stato chiamato a far parte del suo CdA il gelese Guglielmo Moscato, classe 1936, ex presidente dell'Eni. Non sarebbe quindi una sorpresa che, dopo le solite danze della politica (probabilmente in concomitanza con le elezioni regionali), arrivassero i russi a salvare la situazione entrando nel capitale di Raffineria di Gela SpA, anche se ciò non spiegherebbe in toto la strategia dell'Eni che ha da poco firmato un accordo con il governatore Lombardo per un piano di investimenti di 800 milioni nel prossimo quadriennio, previo rinnovo della concessione estrattiva per altri 20 anni.
Probabilmente l'organico del diretto Eni, già ridotto di circa un terzo a seguito dei recenti accordi sindacali, dovrà solamente attendere il completamento dei lavori di manutenzione e ammodernamento degli impianti che ne accresceranno l'efficienza (diminuendo quindi la necessità di forza lavoro). Mentre invece l'indotto sarà inevitabilmente ridimensionato, con forse l'annuncio della CIG, erogata anche per questi ultimi, dato soltanto al momento opportuno.
In definitiva il fatto è questo: chi politicamente riuscisse a prendersi il merito di questa come di altre strategie di "salvataggio" dei posti di lavoro all'Eni, sarebbe il prossimo a fare incetta di voti. Tutto ciò gli esponenti locali di ogni colore politico lo sanno bene.

mercoledì 23 maggio 2012

All'on. Crocetta serve una nuova strategia


L'elezione di Leoluca Orlando a sindaco di Palermo ridimensiona in maniera quasi definitiva il disegno della cordata Crocetta-Lumia-Grasso fortemente proiettata alla candidatura dell'on. Crocetta alle future elezioni per il Presidente della Regione Sicilia.
Come avevo già scritto in un commento sulla bacheca Facebook dello stesso Crocetta, l'operazione Ferrandelli doveva portare quella cordata a spodestare l'on. Lupo da segretario regionale PD, mettere le mani sulla Segreteria regionale e quindi proporre, come unico candidato del centro-sinistra alle presidenziali, l'ex del PDCI Rosario Crocetta. E' noto ai più come lo stesso abbia fatto della lotta per la legalità e dell'antimafia il proprio manifesto poltico sin dai tempi della sua prima sindacatura. Quella legalità che da visibilità e grande risonanza attraverso i MASS-MEDIA ma che, in effetti, a Gela, dove è stato sindaco per ben 9 anni (e per altrettanti assessore alla cultura e agli SPETTACOLI, durante la sindacatura dell'avv. Gallo),  non ha prodotto quella svolta di legalità nella quale tutti speravano, anzi ha lasciato una città allo sfascio, assediata e controllata in ogni dove dai venditori abusivi che hanno eretto capannoni persino in muratura (mattoni forati, per la precisione) sulla pubblica via e nelle aree di parcheggio. Lo sviluppo di Gela durante la gestione Crocetta si è arrestato in termini economici e sociali, non essendo stato avviato alcun progetto degno di nota, nè completata la dotazione infrastrutturale:
- Si pensi alla Siracusa-Gela, autostrada che parte da Siracusa e finisce a Modica, mentre da Gela verso Siracusa non esiste nemmeno un progetto cantierabile (e quindi finanziabile);
- Si pensi alla Nord -Sud; si pensi al porto rifugio, per il quale sono stati rifiutati i 50 milioni per il braccio ovest, oggi andati perduti;
- Si pensi allo sviluppo turistico in una città con le strade dissestate, una circolazione che definire caotica è un eufemismo e una popolazione litigiosa (per fortuna non tutta) e non educata al rispetto degli altri e alla civile convivenza;
- Si pensi all'alto tasso di criminalità;
- Si pensi all'inquinamento prodotto dallo stabilimento, al PET COKE (dichiarato combustibile solo per lo stabilimento ENI di Gela e che sarebbe dovuto essere usato solo per i bisogni dello stabilimento, non  certo per produrre energia elettrica da vendere all'ENEL).
Non resta che sperare che per il nostro ex primo cittadino l'esperienza sia foriera di un modo diverso di fare politica, oppure che il centro-sinistra candidi alla Presidenza della Regione una figura che abbia le idee chiare sul come perseguire lo sviluppo dell'isola e su un modo di lottare contro mafia e criminalità forse meno risonante ma più incisivo.

giovedì 19 gennaio 2012

Il nuovo indipendentismo


La protesta dei Forconi ed i fatti che stanno accadendo oggi sono il sintomo che ormai la Sicilia ed i siciliani sono maturi per liberarsi della casta politica isolana che, in oltre mezzo secolo, ha fatto unicamente i propri interessi in connessione con la mafia. Questi signori hanno sperperato le risorse della Cassa per il Mezzogiorno, quella dell'art. 38 dello Statuto Siciliano, creando le fortune di coloro che hanno saputo approfittare dell'avidità della politica, al servizio di quella criminalità organizzata che, oggi come ieri, controlla la finanza ed il territorio con operazioni che di lecito hanno ben poco. Questi politicanti, per ottenere il consenso, hanno creato posti di lavoro al fine di "sistemare" gente che ha percepito stipendi senza avere nemmeno il posto dove andarsi a sedere, hanno creato enti inutili tipo EMS, ESPI, ESA ecc. che sono stati tutti sciolti perché non hanno prodotto altro che grossi buchi di bilancio. Il solo scopo di un simile sperpero di denaro pubblico è stato di compensare i politicanti, magari "trombati" dagli elettori, collocandoli nei vari consigli di amministrazione, oltre quello di sistemare galoppini e raccomandati, con stipendi altissimi e altissime pensioni. Non si capisce come abbia fatto la Regione Siciliana ad avere oltre 26.000 dipendenti e oltre 50.000 forestali stagionali. Si pensi che, solo nella provincia di Caltanissetta ove le aree boschive si contano sulle dita di una mano, un paio di mesi fa sono stati assunti circa 1.000 forestali stagionali. Questo è ciò che storicamente hanno fatto invece di creare opportunità di lavoro, infrastrutture, strade, porti, aeroporti, ferrovie, ecc.
Oggi la giusta ribellione, anche se molto tardiva. Una protesta ignorata dai media nazionali che, non avendo notizie negative da dare sulla Sicilia ed i siciliani, ci ignorano perché, ancor oggi, ci considerano un colonia del Nord. E' di oggi la lamentela di alcuni industriali del Nord che producono beni da esportare in Sicilia e  che, a loro dire, sono in grosse difficoltà per le giacenze che non possono smaltire. Noi invece esportiamo benzine (circa il 40% dl fabbisogno nazionale) ed energia elettrica, prodotti che però paghiamo molto di più del resto d'Italia, come pure tante altre cose come ad esempio le ASSICURAZIONI.
Perché? E soprattutto perché chi è pagato profumatamente per rappresentarci ha accettato questo stato di cose senza difenderci?
Oggi è tempo di richiedere non il federalismo che va a tutto vantaggio del Nord, bensì l'indipendenza, come avrebbero voluto Finocchiaro Aprile e tanti indipendentisti siciliani.
Mi pongo una domanda: Come avrebbero accolto oggi i siciliani Giuseppe Garibaldi?
Penso lo avrebbero preso a pedate nel c...... !