Pensate che Gela, dopo la conversione industriale dalla raffineria di petrolio all'attuale bioraffineria, possa considerarsi "al sicuro" per molti anni a venire?
Non voglio creare allarmismo ma non è esattamente così. Per prima cosa, toglierei subito quel "molti anni" dalla domanda precedente, perché il mondo continua a cambiare a velocità stratosferiche.
Gli stessi identici motivi della crisi del downstream petrolifero in Europa, si sono già ripresentati - forse addirittura amplificati - per le produzioni di biocarburanti e consistono in un notevole gap competitivo con paesi dove è più economico produrre grazie a: costo del lavoro più basso, minori tutele per i diritti dei lavoratori e normative ambientali meno stringenti. Cosa che questa volta vale anche l'approvvigionamento della materia prima che può derivare sia da scarti (olii vegetali di frittura, scarti di macellazione) che da produzioni agricole ad hoc.
Ebbene, è di questi giorni la notizia che la Cina ha invaso i mercati occidentali (Europa compresa) con i propri biocarburanti a bassissimo costo, tanto da fare sospettare un qualche tipo di frode.
Volendocela raccontare tutta, il modello di business delle bioraffinerie di Eni (Porto Marghera e Gela, cui dovrebbe aggiungersi Livorno) si basa sugli incentivi dell'UE per la produzione di biocarburanti per autotrazione (il primo piano comunitario risale al 2006, ben 17 anni fa), per il trasporto aereo (iniziativa più recente) e, in generale, per quella che ormai è universalmente nota come «Circular Economy». Se quegli incentivi dovessero venir meno, possiamo immaginare uno scenario in cui produrre biodiesel e biojet potrebbe non essere più conveniente per le compagnie europee, esattamente come accaduto per la raffinazione di petrolio nel decennio scorso.
Scenario possibile? Senz'altro. Chi segue le notizie di politica estera, saprà certamente che il governo Meloni si sta battendo in sede UE affinché all'interno del piano comunitario di decarbonizzazione, meglio noto come "Green Deal", con il suo programma operativo "Fit for 55" [qui un'utile cronistoria dell'iter all'interno del Consiglio Europeo], sia confermata la strategia sui biocarburanti per autotrazione (strategia che molti vorrebbero invece mandare in soffitta, per concentrarsi sull'elettrico e non perdere ulteriore terreno rispetto all'industria d'oriente, in particolare quella automobilistica). Sino a oggi però l'unico risultato concreto ottenuto dal governo italiano è stata una deroga per i biocarburanti destinati al trasporto aereo.
La partita economica e geopolitica è aspra e combattuta, tanto che, incrociando alcune notizie della stampa internazionale, parrebbe trasparire come la Cina potrebbe addirittura aver messo a rischio le sue scorte alimentari. I motivi sarebbero molteplici e non del tutto chiari ma la produzione di colza e altre biomasse per i biocarburanti potrebbe essere una valida pista, come già si prefigurava a ridosso degli anni '10.
Giunti a questo punto, è doveroso precisare che la presente è un'elucubrazione dello scrivente, tuttavia basata su notizie di attualità.
La questione, tornando a Gela, è però tutt'altro che un'elucubrazione e, guardando alla situazione del territorio del Golfo con un minimo di lungimiranza ed un approccio risk-based, si ingenerano immediatamente preoccupazioni più che fondate:
- può una città di 75.000 abitanti assumersi un così alto rischio derivante dal non aver attuato quanto previsto dall'Accordo di Programma del 2014, tranne per ciò direttamente in capo a Eni (bioraffineria, Macchitella lab e progetto Argo-Cassiopea, con quest'ultimo avviato solo nel 2022)?
- può un territorio con molteplici vocazioni e risorse da poter mettere a valore, concentrarsi solamente su un polo industriale (peraltro notevolmente ridimensionato rispetto al passato, da punto di vista produttivo e, sopratutto, occupazionale), trascurando tutto il resto, persino quando importanti centri studi, come quello di Nomisma, consigliano diversamente?
- É mai possibile che non si sia imparata la lezione, malgrado una crisi industriale complessa - ad oggi non risolta - che ha comportato l'espatrio di moltissima forza lavoro specializzata, il fallimento di molte imprese (dell'indotto e non) nonché l'emigrazione a titolo definitivo di intere famiglie?
- La classe dirigente gelese ma anche quella che governa la nostra regione, come credono che la città potrebbe essere in grado di fronteggiare un nuovo shock socio-economico che dovesse improvvisamente derivare da un rapido cambiamento del contesto internazionale?
Dare risposte quanto prima a queste domande è oggi essenziale, dato che la politica locale è stata addirittura in grado di peggiorare le condizioni al contorno, mandando in dissesto (o pre-dissesto o come volete definirlo - la sostanza non cambia) le casse comunali e iniziando a cercare ogni escamotage per mettere mano al tesoretto di 35 milioni di euro delle compensazioni minerarie, con l'idea di impiegarle non per progetti di sviluppo ma, con una dose mai vista di irresponsabilità, per la spesa corrente (quella che, invece, dovrebbe essere finanziata, senza particolari difficoltà, tramite le entrate fiscali ordinarie, ovvero le tasse pagate dai cittadini). Non solo dunque fondi straordinari utilizzati per cose davvero tanto routinarie ma, sembrerebbe, impiegati con la proverbiale attitudine allo spreco, come gli 1,16 milioni che si vorrebbero destinare alle celebrazioni per l'80° anniversario dello sbarco alleato o i 300.000 euro già destinati alla cura del verde pubblico.
La palla passa ai cittadini che hanno il dovere ma anche la stringente necessità di ricordare alla politica quali siano le priorità e che cosa significhi avere responsabilità. Gela e il suo circondario hanno, oggi più che mai, l'urgenza di fare fronte comune e di salvarsi da soli, bypassando l'oramai endemica inconcludenza della politica. Molto meglio che continuare a credere alle promesse di chicchessia o di affidarsi a falsi uomini della Provvidenza, interessati solo a fare incetta di voti e curare i propri affari personali.