lunedì 12 giugno 2023

Bioraffineria: quel che veramente "non cielo dicono!"

Pensate che Gela, dopo la conversione industriale dalla raffineria di petrolio all'attuale bioraffineria, possa considerarsi "al sicuro" per molti anni a venire? 

Non voglio creare allarmismo ma non è esattamente così. Per prima cosa, toglierei subito quel "molti anni" dalla domanda precedente, perché il mondo continua a cambiare a velocità stratosferiche.

Gli stessi identici motivi della crisi del downstream petrolifero in Europa, si sono già ripresentati - forse addirittura amplificati - per le produzioni di biocarburanti e consistono in un notevole gap competitivo con paesi dove è più economico produrre grazie a: costo del lavoro più basso, minori tutele per i diritti dei lavoratori e normative ambientali meno stringenti. Cosa che questa volta vale anche l'approvvigionamento della materia prima che può derivare sia da scarti (olii vegetali di frittura, scarti di macellazione) che da produzioni agricole ad hoc.

Ebbene, è di questi giorni la notizia che la Cina ha invaso i mercati occidentali (Europa compresa) con i propri biocarburanti a bassissimo costo, tanto da fare sospettare un qualche tipo di frode.

Volendocela raccontare tutta, il modello di business delle bioraffinerie di Eni (Porto Marghera e Gela, cui dovrebbe aggiungersi Livorno) si basa sugli incentivi dell'UE per la produzione di biocarburanti per autotrazione (il primo piano comunitario risale al 2006, ben 17 anni fa), per il trasporto aereo (iniziativa più recente) e, in generale, per quella che ormai è universalmente nota come «Circular Economy». Se quegli incentivi dovessero venir meno, possiamo immaginare uno scenario in cui produrre biodiesel e biojet potrebbe non essere più conveniente per le compagnie europee, esattamente come accaduto per la raffinazione di petrolio nel decennio scorso.


Scenario possibile? Senz'altro. Chi segue le notizie di politica estera, saprà certamente che il governo Meloni si sta battendo in sede UE affinché all'interno del piano comunitario di decarbonizzazione, meglio noto come "Green Deal", con il suo programma operativo "Fit for 55" [qui un'utile cronistoria dell'iter all'interno del Consiglio Europeo], sia confermata la strategia sui biocarburanti per autotrazione (strategia che molti vorrebbero invece mandare in soffitta, per concentrarsi sull'elettrico e non perdere ulteriore terreno rispetto all'industria d'oriente, in particolare quella automobilistica). Sino a oggi però l'unico risultato concreto ottenuto dal governo italiano è stata una deroga per i biocarburanti destinati al trasporto aereo.


La partita economica e geopolitica è aspra e combattuta, tanto che, incrociando alcune notizie della stampa internazionale, parrebbe trasparire come la Cina potrebbe addirittura aver messo a rischio le sue scorte alimentari. I motivi sarebbero molteplici e non del tutto chiari ma la produzione di colza e altre biomasse per i biocarburanti potrebbe essere una valida pista, come già si prefigurava a ridosso degli anni '10.

Giunti a questo punto, è doveroso precisare che la presente è un'elucubrazione dello scrivente, tuttavia basata su notizie di attualità. 

La questione, tornando a Gela, è però tutt'altro che un'elucubrazione e, guardando alla situazione del territorio del Golfo con un minimo di lungimiranza ed un approccio risk-based, si ingenerano immediatamente preoccupazioni più che fondate: 
  • può una città di 75.000 abitanti assumersi un così alto rischio derivante dal non aver attuato quanto previsto dall'Accordo di Programma del 2014, tranne per ciò direttamente in capo a Eni (bioraffineria, Macchitella lab e progetto Argo-Cassiopea, con quest'ultimo avviato solo nel 2022)?
  • può un territorio con molteplici vocazioni e risorse da poter mettere a valore, concentrarsi solamente su un polo industriale (peraltro notevolmente ridimensionato rispetto al passato, da punto di vista produttivo e, sopratutto, occupazionale), trascurando tutto il resto, persino quando importanti centri studi, come quello di Nomisma, consigliano diversamente?
  • É mai possibile che non si sia imparata la lezione, malgrado una crisi industriale complessa - ad oggi non risolta - che ha comportato l'espatrio di moltissima forza lavoro specializzata, il fallimento di molte imprese (dell'indotto e non) nonché l'emigrazione a titolo definitivo di intere famiglie? 
  • La classe dirigente gelese ma anche quella che governa la nostra regione, come credono che la città potrebbe essere in grado di fronteggiare un nuovo shock socio-economico che dovesse improvvisamente derivare da un rapido cambiamento del contesto internazionale?
Dare risposte quanto prima a queste domande è oggi essenziale, dato che la politica locale è stata addirittura in grado di peggiorare le condizioni al contorno, mandando in dissesto (o pre-dissesto o come volete definirlo - la sostanza non cambia) le casse comunali e iniziando a cercare ogni escamotage per mettere mano al tesoretto di 35 milioni di euro delle compensazioni minerarie, con l'idea di impiegarle non per progetti di sviluppo ma, con una dose mai vista di irresponsabilità, per la spesa corrente (quella che, invece, dovrebbe essere finanziata, senza particolari difficoltà, tramite le entrate fiscali ordinarie, ovvero le tasse pagate dai cittadini). Non solo dunque fondi straordinari utilizzati per cose davvero tanto routinarie ma, sembrerebbe, impiegati con la proverbiale attitudine allo spreco, come gli 1,16 milioni che si vorrebbero destinare alle celebrazioni per l'80° anniversario dello sbarco alleato o i 300.000 euro già destinati alla cura del verde pubblico

La palla passa ai cittadini che hanno il dovere ma anche la stringente necessità di ricordare alla politica quali siano le priorità e che cosa significhi avere responsabilità. Gela e il suo circondario hanno, oggi più che mai, l'urgenza di fare fronte comune e di salvarsi da soli, bypassando l'oramai endemica inconcludenza della politica. Molto meglio che continuare a credere alle promesse di chicchessia o di affidarsi a falsi uomini della Provvidenza, interessati solo a fare incetta di voti e curare i propri affari personali.




lunedì 29 maggio 2023

Gela e l'hub energetico che non c'è

Da oramai più di un decennio l'area del Golfo di Gela è interessata da sconvolgimenti che sono una conseguenza diretta dei mutamenti globali e delle scelte di politica industriale del nostro Paese. Da circa lo stesso tempo la politica preconizza fantomatici "HUB" (termine inglese ormai abusato, che semplicemente si può tradurre con "centro", "fulcro") da costituire nel nostro territorio, con lo scopo di rilanciarlo nel settore dell'industria energetica per i decenni a venire. Obiettivo dichiarato: fermare il declino cui stiamo assistendo. Declino che però non si riesce ad arrestare, dato che tutta una serie di progetti, spesso annunciati in pompa magna, poi o non sono mai stati avviati oppure sono andati per le lunghe sino a essere ridimensionati o accantonati, tanto da porre più di un dubbio sull'effettiva volontà di realizzarli e sui reali intenti dietro ogni annuncio.

Proviamo quindi ad orientarci nel "mare magnum" degli annunci roboanti rilasciati negli ultimi anni a favore di stampa (specie durante le campagne elettorali) e capiamo come stiano andando tali progetti.

• Petrolio: il decennio scorso vede un cambio di strategia del gruppo ENI nel downstream ---> Raffineria di Gela chiusa (2014) e riconvertita in green refinery con una sforbiciata netta al numero degli addetti (2017). A lavorare il petrolio di ENI in Italia sono rimaste principalmente Sannazzaro de' Burgondi, Livorno (di recente entrata in crisi), Taranto e Milazzo. A Gela, per effetto del protocollo siglato, il grosso dei fondi in realtà è stato destinato al progetto "Argo-Cassiopea" per l'estrazione di gas naturale dai pozzi a mare (2022), iniziativa che però incrementa significativamente solo in misura temporanea il bacino occupazionale.

• GNL: viene firmata una lettera di intenti tra ENI, MISE ed enti locali (2016) ---> Rimane lettera morta perché nel frattempo si è deciso di costruire un gasdotto per collegare Gela a Malta (2020). Sarà quest'ultima e non Gela a diventare la "pompa di benzina" in mezzo al mare per le grandi navi che solcano il Mediterraneo.
[Prima] https://www.qualenergia.it/.../20160915-gela-base.../
[Dopo] https://gds.it/.../passera-da-gela-il-gasdotto-italia.../

• Fonti alternative: nel 2019 venne annunciata la sperimentazione della fusione nucleare all'interno di un centro di ricerca ENI-CNR da localizzare a Gela  ---> Nessun follow up. Calato da molto tempo il silenzio (l'Enea nel frattempo ha aperto un reattore sperimentale a Frascati, ENI ha dei protocolli per la ricerca con il MIT di Boston e con Ansaldo Energia. L'Italia è all'avanguardia nelle tecnologie di confinamento magnetico ma i giochi si svolgono in altri territori).
Relativamente al solare, conosciamo tutti il mesto epilogo del progetto "Cilegino", già ai tempi di Rosario Crocetta governatore della Sicilia. Mentre siamo in attesa di capire meglio cosa succederà con il disegno di "Circular Economy" e cioè, a regime, quali saranno gli impianti di trattamento dei rifiuti (oltre a quelli già in funzione nella green refinery) che saranno attivati nel territorio. Usare il futuro è d'obbligo perché, ad oggi, sono tutti progetti sulla carta. Nel frattempo, invece, a Caltanissetta Snam ha realizzato un impianto di trattamento FORSU per la produzione di biometano, entrato in esercizio nel 2022.

• Idrogeno: annunciato l'hub dell'idrogeno verde (2021). Grande e trionfale enfasi è stata data alla notizia da parte dell'attuale amministrazione ---> Non vengono però destinati a Gela i fondi pubblici stanziati dal governo regionale (2023), il sindaco lancia un appello riportato dalla stampa proprio la scorsa settimana. Pressoché in contemporanea, la Tunisia ha annunciato che esporterà verso l'Europa 6 milioni di tonnellate all'anno di idrogeno verde entro il 2050, probabilmente come conseguenza del "Piano Mattei" portato avanti dal governo Meloni.
[Prima] https://hydronews.it/idrogeno-verde-nelle-raffinerie-i.../
[Dopo] https://www.quotidianodigela.it/area-locale-fuori-dal.../
[Piano Mattei] https://www.startmag.it/ene.../piano-mattei-algeria-tunisia/

Se così fosse, l'economia dell'area di Gela (in realtà quella di una vasta area del sud Sicilia) ancora una volta verrebbe sacrificata a fronte di dinamiche internazionali, senza alcuna contropartita per il territorio. In linea con quanto è già avvenuto nel settore energetico con il gasdotto verso Malta, ma anche in agricoltura, con le liberalizzazioni dei prodotti agricoli provenienti dal Nord Africa e commercializzati nell'UE (Nord Africa da dove arrivano molte produzioni in concorrenza con quelle nostrane, come olio d'oliva, meloni e soprattutto pomodoro: ad esempio il Marocco ha impiantato nel Sahara Occidentale, su un perimetro di circa 70 chilometri intorno alla città di Dakhla, una mega-produzione di pomodoro, circa l'80%, e meloni, circa il 20%).

Una politica locale né accorta, né visionaria, né incisiva, rischia di penalizzare ancora di più territori come il nostro, schiacciati da un lato dalla necessità di un'economia nazionale come quella italiana (il cui baricentro - ricordiamocelo - è a Nord) di salvare il salvabile per non arretrare troppo in fretta nello scacchiere mondiale (in questa epoca di grandi sconvolgimenti geopolitici e tecnologici) e, dall'altro lato, dalle nuove economie emergenti, forti di un costo del lavoro bassissimo, di un'elevata natalità (a differenza nostra), di legislazioni meno restrittive (riguardo lo sfruttamento della forza lavoro ed il rispetto dell'ambiente), ma anche del poter contare su territori molto vasti, vergini e ricchi di materie prime.

Ed ecco che, per il momento, abbiamo terminato questa carrellata sui progetti che potrebbero (o avrebbero potuto) qualificare Gela come hub energetico. Allo stato attuale, sarebbe infatti una qualifica decisamente sovradimensionata. La conseguenza più importante per il nostro territorio è purtroppo quella di non aver recuperato un numero di occupati nell'industria energetica paragonabile a quello dei decenni passati, prima dei crolli subiti per effetto della chiusura della vecchia raffineria di petrolio e, ancora prima, della chiusura degli impianti della chimica (malgrado gli indubbi benefici quanto a impatto ambientale).

Perché tanta preoccupazione? Ogni ritardo nella creazione di nuovi posti di lavoro stabili aggrava la crisi socio-economica che ha nello spopolamento della città e nell'emigrazione, non soltanto giovanile ma di interi nuclei famigliari, i suoi effetti più visibili. Effetti che portano con sé molti altre gravi conseguenze, meno visibili ma ugualmente importanti, sul tessuto della nostra fragile comunità.