domenica 26 marzo 2017

Un Golfo di Ruggine

Oggi mi sono imbattuto in un articolo della rivista Internazionale che racconta come la zona del nord est degli Stati Uniti, un tempo "cuore pulsante" dell'industria pesante a stelle e strisce, si sia trasformata in un territorio desolato.
Molti stabilimenti sono falliti in seguito alla decisione di spostare la manodopera nei paesi in via di sviluppo o negli stati del sudest, dove produrre costava di meno. Una decisione che ha avuto delle conseguenze pesanti sui lavoratori locali. (...)
Con il passare del tempo la regione si è trasformata nell’attuale rust belt
(cintura di ruggine - ndr): spopolata, abbandonata, segnata dal malcontento. Gli stessi abitanti definiscono città come Braddock e Johnstown “fucking dead cities” ("fottute città morte" - ndr).
A me questo inesorabile declino ha ricordato qualcosa. E a voi?

Ciò che avviene oltreoceano, solitamente diventa realtà in Europa nel giro di pochi anni. E' successo con la crisi dei mutui sub-prime, iniziata negli USA nel 2008 e avvertita dalle nostre parti all'alba del 2010, è successo con la rivoluzione dell'economia digitale, l'esplosione del debito pubblico e il declino della classe media. Sappiamo che succede da sempre ad es. con i fenomeni culturali e di costume. E succede anche e soprattutto con quei settori industriali denominati «a impiego intensivo di capitali e di risorse», dato che le grandi multinazionali, per rimanere concorrenziali e soprattutto per distribuire lauti dividendi agli azionisti, fanno in fretta a spostare gli impianti dove la loro realizzazione e la forza lavoro costa meno (e magari dove i regolamenti ambientali sono più permissivi).

La morte dell'industria pesante è infatti tangibile anche a Gela, il Petrolchimico è già oggi una "cintura di ruggine", con gli impianti fermi, molte aree dismesse ed una perenne attesa che le promesse di rilancio del polo industriale vengano mantenute. E se non ne siete convinti, prendete la vostra automobile, imboccate la SS115 verso Vittoria ed una volta sul cavalcavia dopo il rifornimento Esso, soffermatevi a osservare l'area industriale.
Oppure, più comodamente, utilizzate Google Maps per scrutare le immagini satellitari che non mi pare mostrino degli impianti nuovi ed efficienti, bensì scheletri anneriti e, per l'appunto, pieni di ruggine.

E dunque? Ci deprimiamo? Gettiamo la spugna? No. Perché il pessimismo non serve a niente. La città si potrà anche spopolare parzialmente nei prossimi anni ma non è che tutti noi siamo nelle condizioni di fare armi e bagagli, trovarci un lavoro chissà dove, svendere la nostra casa e partire. E se trasferirci in massa verso un paradiso (che non esiste e che comunque non sentiremmo mai come "nostro") non è un'opzione percorribile, serve invece guardare le cose per come stanno e capire cosa può cambiare un destino a cui una classe politica poco coraggiosa e ancor meno lungimirante ci ha destinati, non soltanto per propri limiti ma anche perché senza una comunità coesa e battagliera, costoro possono ben poco per influenzare il Governo ed i ministeri o per opporsi a una multinazionale così potente.
Aprire gli occhi vuol dire chiedere a gran voce di salvare quel che resta del petrolchimico ma soprattutto che vengano fatte le bonifiche (per davvero!) e che venga messa in atto una riconversione economica, che è ben diversa dal progetto di Eni (quello lo portino avanti, con tempi ben definiti e con chiarezza di intenti), o meglio di cui il progetto del cane a sei zampe è solo un tassello e neanche il più importante! La riconversione che serve alla città è invece qualcosa che si fa potenziando i settori economici esistenti, rifondando quelli penalizzati in questi decenni di miope sviluppo petrol-centrico ma anche introducendo nuovi business legati all'innovazione e puntando sulle infrastrutture necessarie che ci servono oggi, non tra altri 30 anni!
Se non sarà questa la strada che saremo bravi a seguire, diventeremo anche noi un "Golfo di Ruggine". E la desolazione pervaderà i negozi, i ristoranti, le scuole, gli studi professionali con le piazze, sempre più tristi e vuote.
Pensando ai giorni che stiamo vivendo, chiediamoci perché i consiglieri non pretendono di sapere quante e quali manifestazioni di interesse sono arrivate per le aree dismesse, da chi, con quali attività e con che entità di investimenti. O non si dice perché i pochi o forse gli unici si sono dileguati e poi, a parte inceneritori e altre attività da immondezzaio, non si è fatto più vivo nessuno?
La crisi che ha attanagliato l'occidente si sente ogni giorno di meno, molti territori nel resto d'Europa come in Italia (ed anche in Sicilia) hanno investito pensando al futuro e alcune avvisaglie di ripresa si avvertono, tipo che le esportazioni italiane sono ai massimi storici o che l'occupazione cresce al nord. Il momento di agire è adesso. O mai più.